Secondo campo invernale CAI – PNALM 10–13 marzo 2026 – Liceo Anco Marzio
Il quoziente simpatia e il miracolo della vita
Secondo campo invernale CAI – PNALM
10–13 marzo 2026 – Liceo Anco Marzio
Se dovessi fissare in un’unica immagine ciò che è stato il secondo campo invernale 2026 nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, direi così: per qualche giorno abbiamo camminato accanto ad angeli senza ali. Angeli nascosti nei volti dei ragazzi, come se si fossero mescolati tra loro per non essere riconosciuti. Ma la montagna, che non si lascia ingannare, li ha visti. La montagna vede sempre. E quando vuole, svela.
Così, sulla neve chiara del Passo del Diavolo, nel silenzio fitto dei boschi e nel respiro lento dell’inverno, le anime hanno mostrato la loro verità. Quattro giorni intensi, vissuti fino all’ultimo passo.
Ventiquattr’ore al giorno immersi nella neve, nella fatica, nella bellezza. Tredici chilometri di cammino, cinquecentocinquanta metri di dislivello, il freddo che punge la pelle e il fiato che diventa nuvola.
Eppure nessuno si è lamentato. Solo passi leggeri, sguardi presenti, mani che si allungavano spontaneamente verso chi aveva bisogno.
Gentili. Uniti. Amici. Compagni veri. Per un momento è sembrato di vedere ciò che l’umanità potrebbe diventare se scegliesse il meglio di sé: un piccolo paradiso terrestre, un luogo dove le guerre non trovano spazio.
Camminando sulla neve abbiamo capito una cosa semplice e profonda: rispetto, amore e cura per la montagna – per i suoi animali, per i suoi equilibri delicati – sono parte della stessa radice della pace. Chi ascolta la natura impara a custodire la vita. Chi cammina in montagna comprende che la violenza è sempre un fallimento. Forse è proprio questa la scelta che rende grande l’essere umano, l’unico a cui è stato dato il libero arbitrio: preferire la cura alla distruzione, la pace al conflitto.
Un grazie alle guide, e in particolare a Lara, Ginevra, Lorenzo, Anita, Noemi e Rachele, che sogna di diventare alpinista. Ma tra i tanti ricordi ce n’è uno che resterà inciso più degli altri: il “quoziente simpatia” di Emanuele Antonio. Simpatia nel senso più antico del termine greco, come capacità di avvertire il dolore altrui e trasformarlo in leggerezza. Intelligenza viva, ironia limpida, una presenza costante e mai invadente. Quel raro talento di accendere un pensiero e un sorriso nello stesso istante.
Ma la vera meraviglia è stato il gruppo. Un gruppo così ben assortito da sembrare intoccabile, come certe armonie naturali che sarebbe un errore alterare. All’inizio erano silenziosi, quasi timidi, come semi nascosti sotto la neve. Poi, giorno dopo giorno, qualcosa ha iniziato a germogliare. Le domande diventavano più profonde, gli interventi più coraggiosi. Noemi con il suo sguardo da filosofa. Lorenzo con la sua calma che rassicura e quell’ironia tagliente che arriva ovunque. E Nicolò che, a un certo punto, rispondeva alle domande del tecnico faunistico come se fosse la montagna stessa a suggerirgliele.
E poi i canti sul pullman. Prima timidi. Poi sempre più forti, sempre più belli, sempre più uniti. Voci diverse che lentamente trovavano un’unica voce.
Forse è questo il miracolo della montagna: non cambia solo i paesaggi, cambia le persone.
L’ultimo giorno Pietro, il pastore, ci parla di Giotto, il cane bianco che ha salvato una colonia di pinguini in Nuova Zelanda dalle volpi predatrici. Poi ci porta a vedere i suoi cani, ognuno conosciuto per nome.
Accudiscono le capre e i piccoli appena nati: li puliscono, li aiutano a liberarsi dalla placenta. Ed è proprio lì, davanti a quei gesti semplici, che assistiamo al miracolo della vita. Fringuella partorisce due caprette femmine in diretta: Flora e Fauna.
E Sara Lippolis, parlando per tutti, dice una frase che resterà: «Ho visto più cose belle oggi che in tutta la mia vita».
Grazie, ragazzi. Per la fatica, per la curiosità, per la gioia. Grazie per aver dimostrato che la gentilezza sa essere forte e che l’entusiasmo può nascere anche nella neve. E grazie ai vostri professori, che hanno creduto in voi e hanno voluto portarvi qui, certi che un’esperienza così intensa – faticosa, sì, ma meravigliosa – potesse farvi crescere ancora.
Perché Educare significa saper vedere. Vedere nei ragazzi ciò che ancora non è evidente. Vedere il bene quando è fragile. Il coraggio quando è nascosto. La luce quando tutto sembra preferire il buio. A volte la direzione di un’intera vita cambia perché qualcuno, in silenzio, decide di credere nel talento di una persona che il mondo ancora non vede.
Un ringraziamento speciale al CAI Roma e ai suoi volontari, che con il loro impegno discreto, la loro passione e la loro generosità rendono possibile tutto questo: cammini, incontri, scoperte, sogni.
Ma il vero miracolo non lo abbiamo fatto noi. L’hanno fatto i ragazzi, con il loro sguardo curioso, con la loro fatica, con la loro capacità di stupirsi. E l’ha fatto la montagna, con il suo silenzio, la sua verità, la sua antica maniera di insegnare senza pronunciare una parola.
Noi abbiamo solo avuto il privilegio di esserci. Di camminare accanto a loro. E di vedere, per qualche giorno, ciò che l’umanità potrebbe ancora diventare.
Perché tra la neve e il silenzio della montagna abbiamo capito una cosa luminosa e semplice: la pace non è un’utopia lontana. Comincia ogni volta che un ragazzo impara ad amare la vita.
La referente del progetto CAI
Verginia Bernardini






